> ANNALISA BETELLA
SENTIRSI PARTE VIVA DI CIÒ CHE VIVE
C’è un vedere che non appartiene soltanto agli occhi. È l’intero nostro corpo ad esser percettivamente proiettato verso tutto lo spazio che l’accoglie.
Allo stesso tempo, pur essendo noi stessi Natura, si finisce, invece, sempre più per considerarci come ben altro da essa: quasi che noi umani si fosse ormai diventati l’estremo prodotto d’un processo artificiale da noi guidato; e che dalla Natura ci separa e ci allontana, irrimediabilmente. “Si va facendo la frattura fonda” – allarmato, cantava Ungaretti. Più che mai, oggi, lo sforzo poetico d’un artista può (deve?) esser quello di tentare di rimarginarla, ritrovando il senso questa nostra primigenia appartenenza al Creato. Perciò Annalisa Betella qui, in questo suo Racconto d’un’emozione, si sforza di riparare questo ponte interrotto fra noi e il mondo che ci circonda.
Non è soltanto un frammento del petroso e boschivo paesaggio che le sta di fronte a proporsi quale soggetto di questa sua grande partitura pittorica in quattro movimenti. È l’intera se stessa a riscoprirsi tutt’uno con questo spazio-paesaggio che la contiene. In esso di nuovo s’immerge, si rispecchia e si smarrisce: sino a stabilire una sorta d’osmosi-identità fra percepente e percepito. Ecco allora il suo volto abbassarsi sin quasi a sparire, sommerso dai lunghi capelli, nella cavità d’una pietra. Sinestesia delle più disparate sensazioni. Botticelliana pare la brezza che qui annoda e scioglie gli elementi in una danza. Ancor prima, e più leggeri delle nostre mani, sempre sono i capelli a volare, veloci verso le cose. Oro e verde. Capelli che si dispiegano come ondosi manti d’erba.
Capelli che s’impigliano nelle trine delle edere, o si fondono con le foglie lanceolate dei mirti. Capelli che ne respirano ora la linfa segreta. Una nuova Dafne non tenta più di sfuggire all’amore temuto d’un dio. Qui desidera invece farsi pianta, nuvola, pietra per prestar loro la viva dolcezza d’una voce ancora umana



