DA QUI A LÀ... LAGGIÙ! IL MUGELLO
E anche quest’anno è arrivato il tempo delle mostre dei “ragazzi” della Scuola del prof. Bimbi; sembra un secolo oramai che il professore, sei anni fa, ha bussato alle nostre porte per presentarci il suo progetto, un po’ abbozzato ma pieno di contenuti e passione. Si proponeva un duplice scopo: quello di valorizzare i giovani artisti che intraprendono questa carriera con entusiasmo e grandi difficoltà e, nel contempo, il paesaggio unico ed il patrimonio artistico e monumentale della nostra valle; un matrimonio che si poteva, e si è voluto fare. Da allora, infatti, ogni anno i nostri luoghi, in estate e in autunno, sono vissuti da questi giovani artisti che, ospiti della Tabaccaia della Cavallina, trascorrono un’esperienza assai singolare che è un po’ stage, un po’ corso di formazione, un po’ spazio di libera espressione e di vita in comune, che permette loro di esprimersi singolarmente e come gruppo, umanamente e artisticamente, attraverso le opere, il prodotto finale, che riveste ed esalta le varie locations. A questo proposito, purtroppo, la mostra dei lavori della Tabaccaia quest’anno è “orfana” di una delle sue sedi più prestigiose, quella che è stata la prima fra tutte ad ospitare i ragazzi, la loro freschezza, i loro lavori: il Convento del Bosco ai Frati, tornato ad assolvere unicamente alla funzione religiosa. Siamo certi che la Manica Lunga della Villa di Cafaggiolo assolverà più che esaurientemente al compito di contenitore di queste opere centrate ancora sul paesaggio del Mugello ed ispirate, nel tema, ad una frase che la dice lunga e che riporta, con la sua espressività alla strada, a ciò che si incontra, che si vede, a come lo si vede, ad un senso più profondo. Altro aspetto, che aggiunge valore all’esperienza di quest’anno, è il fatto di averla arricchita creando una rete fra i nostri comuni attraverso “Artefice in Mugello”, iniziativa “gemella” che ha preceduto ed aperto la strada a questa, portando artisti nati fra l’Accademia e la Tabaccaia a creare interventi in ogni singolo luogo.
Dobbiamo infine ringraziare coloro che ogni anno permettono che ciò si realizzi. Un grazie sincero quindi al Prof. Bimbi, insostituibile maestro, ideatore e coordinatore artistico e con lui all’Accademia di Belle Arti, nella persona del Prof. Andreani, suo Direttore, sempre disponibili ed aperti al dialogo. Grazie ai sigg.ri Geron e Tiraboschi per la messa a disposizione della Manica Lunga di Cafaggiolo; grazie al sig. Felice Cafulli, per aver concesso anche quest’anno la Tabaccaia, cantiere e fucina di lavoro, maestra di vita e un grazie particolare a Elisabetta Boni, funzionario del Comune di San Piero a Sieve che, al di là dei propri compiti istituzionali, dedica ogni anno molto del suo tempo libero alla buona riuscita di questo importante progetto che coniuga l’arte alle emergenze naturalistiche, artistiche e monumentali del Mugello. Coltiviamo un sogno (sognare è ancora lecito, no?), che grazie alle esperienze seminate in questi anni la Tabaccaia possa diventare davvero, a tutti gli effetti, un vero e proprio laboratorio di arte e di idee pienamente riconosciuto, aperto a tutti i contributi. Uno spazio “libero” dove possa operare la creatività e, insieme ad essa, il germe di un alito nuovo che, a partire dal nostro paesaggio, e quindi da qui, possa condurre davvero, passando da là, laggiù, dove tutto è possibile…
Alessandro Marchi
Assessore alla Cultura Comunità Montana Mugello
Il rapporto di collaborazione tra Accademia di Belle Arti di Firenze e Amministrazioni Locali della Comunità Montana del Mugello – ormai talmente radicato da costituire qualcosa di più di un punto fermo della presenza dell’Accademia sul territorio – si è arricchito quest’anno di un ulteriore progetto artistico, individuato dal prof. Bimbi e dalla sua Scuola di Pittura, attorno ad un tema che, mentre rende ragione di una ricerca artistica sul genere del paesaggio (dalla contemporaneità, a ritroso, fino alle sue origini seicentesche,) apre al contempo all’idea di paesaggio dell’anima con cui Umberto Galimberti definisce la condizione originaria della psiche umana, “puro intreccio di immagini prima di ogni espressione”. Paesaggio e spaesamento, senso e non-senso. Un tema strano, meglio straniante “La strada. Da qui… a là… laggiù! Il Mugello”.
Il tema dell’itinerario, che vanta una tradizione culturale longeva: dal biblico “ebreo errante”, al viaggiatore proiettato verso l’über dell’esistenzialismo contemporaneo, attraverso l’idea cristiana del pellegrino in cammino verso la Luce, finanche al più leggiadro valore turistico del termine: dal paesaggio fisico delle caratteristiche morfologiche della terra mugellana, al paesaggio interiore, riflesso dei sentimenti provati a contatto con quella natura. Un percorso che è al contempo rapporto spaziale di prossimità e di lontananza, e relazione temporale del prima e del dopo riassunta dalla “durata” nella memoria. Una strada, un tratto che s’incammina verso la solare amenità di un luogo, dei timbri cromatici, della luminosa bellezza, o che si orienta verso un Altrove infinitamente lontano, dove prende il sopravvento il dolore del ritorno, la nostalgia di una terra perduta, il naufragio delle percezioni nel cupo profumo della notte.
Se la pittura celebra l’enigma della visibilità secondo il noto aforisma kleiano, onde “l’arte non ripete le cose visibili, ma rende visibile”, allora la ricerca sulla possibilità di dare visibilità alle sensazioni e alle passioni, cioè alle forze che agiscono dietro il sipario delle immagini concettuali, si costituisce per via di una comprensione figurativa della realtà affrancata da vincoli di riproduzione del reale, come percorso di ritrovamento che ricrea il visibile a partire dal processo di trasfigurazione derivato dalla contaminazione della realtà col mondo dell’emozione.
Anche questo è l’itinerario per le strade del Mugello, percorso dalla pittura dei giovani artisti che si misurano con l’intimità dei loro itinerari interiori. Anche questo è l’arte, soprattutto. A tali percorsi non è estraneo, per suo merito, il prof. Bimbi.
Prof. Giuseppe Andreani
Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Firenze
Vai e rivai a Cavallina, tant’è che ci ho fatto il solco e, per via, è andata a finire che mi sono affezionato all’ex Tabaccaia, quel vecchio e disutile edificio, lì steso di traverso, sul poggio, a guardare, sotto ogni stagione, l’invaso di Bilancino che si è fatto largo tra le colline; sornione, l’edificio, aspetta vivo una morte quasi prossima che non arriva mai; ansima, geme, rantola, ma resiste con tutta la sua memoria, testimone di un tempo che non c’è più: quello della miseria e della speranza, dove si faceva un gran fumo per essiccare poche foglie di tabacco.
Oggi si sono esportate miseria e speranze, siamo tutti belli e sani, non si fuma più e l’oggi vale molto più dei mille domani. Anche quest’anno il signor Cafulli, il proprietario, con la sua bella auto verde e Bruno, il fattore, più grosso del suo Ape rosso fuoco, erano lì ad attenderci. Bruno ci ha aperto il portone, il Cafulli ci ha consegnato le chiavi; poi ci hanno salutati con simpatia e se ne sono andati, lasciandoci padroni. Ci sono tutti: Giovanni Libro, un po’ emblematico (detto “John Book”), Roberto Caruso (il factotum, l’indispensabile), Carmelo Cutuli (lo scultore, accertato cantante chitarrista), Mattia Colombo (“Lady Pieghetta”, per il suo culto dell’ordine), Simone Zaccagnini (per gli amici “macchietta”) con l’inseparabile Anna Gramaccia (la consorte, di una lentezza che il bradipo, a confronto, pare un missile), Annalisa Betella (detta “la più bella” portavoce ufficiale del gruppo), Giulia Huober, Maddalena Tombaresi, Lucia Stefani (“le tre digrazie”) e i nuovi: Alberto (il più bello), Selena (l’economa), Dacia (la minuta, insospettata urlatrice), Roberta (solo “minuta”), Elisa (“miss ombrosa”) e, più defilati, i coniugi De Masi. Sono certo che una mattina di queste, sul presto, apparirà Ivo Guasti, l’amico poeta; ormai fa parte di noi e la sua frequentazione c’è cara, così come i suoi versi, che da sempre ci dedica.
È stato necessario, quest’anno, più di un qualche accorgimento logistico, ma la Tabaccaia ha subito ripreso la sua superba bellezza; si è trovato per ognuno la giusta sistemazione: c’è posto per dipingere e dormire in comune; la cucina, dove mangiare e leccarsi i baffi e ritrovarsi.
Il tema da dipingere è “la strada”, forse un viale alberato con le fronde, i rami, le foglie o ciò che fra i tronchi si intravvede: i campi, le colline, i boschi, il lago, l’acqua, le nuvole o il sole a mezzogiorno, magari tutte le stelle.
Si potrebbe mescolare la terra con l’acqua per dipingere i campi, fare il cielo col verderame, quello che usano i contadini sui pampini delle viti che, per la verità, è un celeste madonna. Si può anche, come fa il sole, ombreggiare le colline con le nuvole.
Intraprendere il viaggio... scoprire il nesso fra il guard rail e le insegne luminose, comprendere il convincente moralismo dei segnali stradali, i divieti e i pericoli, la solennità delle strisce bianche disegnate nel mezzo della strada, che evocano sempre il cielo e poi l’infinito: non s’arriva mai, continuano sempre, chissà fin dove.
La via, per perdersi e ritrovarsi, quella degli incontri (ce n’è una anche a Firenze, che sa tanto di Ottocento). Che vi interroghi la notte o vi accarezzi la mattina, è nelle cose: da qui a là c’è tutto un giorno, che vi incantiate nel meriggio torrido d’agosto, come le lucertole sotto il sole o vi venga a trovare la sera agghindata di intrighi, sempre un giorno succede all’altro. Laggiù dove la vita si è spesa, irraggiungibile, la proprietà della luce è sempre presente.
Bene, al lavoro! C’è molto da fare anche quest’anno!
Adriano Bimbi
La pittura dipinta come antidoto ad un’arte dell’accecamento
Ancor oggi, non saprei individuare una migliore definizione per l’esser pittore di quella del viandante. Un viandante dello sguardo, testimone privilegiato del nostro essere in questo mondo. Una delle creature chiamata a render conto, attraversandolo, non tanto d’una possibile felicità, quanto piuttosto d’una felicità di visione che inveri e dia sostanza di realtà alle cose traversate o immaginate nel corso del suo viaggio. Sia che egli osservi le continue mutazioni di ciò che gli viene incontro, o ch’egli discendendo in sé stesso, s’inoltri fra le apparenze della memoria e del sogno, o che dia libero impulso al flusso delle proprie emozioni. In ogni modo, l’effetto prodotto da questa sua arte sempre consiste in un portare alla luce il senso della di questa sua più profonda relazione con le cose e se stesso; nel dare “visibilità” a questo incontro irripetibile ch’egli fa di continuo con i mondi che attraversa. Così, per sua stessa costituzione ed intima necessità il pittore non può essere che una creatura appassionata, spinta da un mai appagato desiderio di comprendere.
Anche se va assolutamente sottolineato come, ad animare questo suo sguardo vi sia un consapevole vedere per sapere, la cui verità estetica sempre emerge passando attraverso il filtro di un’anima e d’una coscienza. Ben lontana, dunque, dall’altra sempre più dilagante verità distruttiva, imposta alle moltitudini dall’onnipotente e inumano sguardo dei media. Un brutale vedere per potere, esercitato con mezzi capaci di scandagliare la più infima piega di questo nostro mondo e di viaggiare alla stessa velocità della luce, ma che in niente obbediscono al vaglio d’una benché minima coscienza estetica. Senza che mai siano attraversati dalla grazia e dalla gratuità d’una qualsiasi felicità di visione. Ecco, i giovani artisti di questa così ben rodata Scuola di Bilancino & Tagliaferro, ormai alla sua sesta edizione, ancora una volta sotto la guida così stimolante e infaticabile dello scultore Adriano Bimbi, ancora una volta elaborando questi suoi sorprendenti Studi di Figurazione, ancora una volta condividendo pensieri, aspirazioni e progetti, ha meditato assieme la drammatica frattura che in questo nostro tempo si è aperta fra pittura dipinta e cultura brutale dell’immagine.
Come punto di partenza di questo suo ultimo pellegrinaggio pittorico è stato preso, ancora una volta il cuore del paesaggio mugellano, tenendo conto delle diverse modalità percettive con le quali ogni singolo giovane artista era portato ad affrontarlo. Ancora una volta, è stato il collaudato laboratorio creativo della sempre più vetusta e fatiscente Tabaccaia di Cavallina ad ospitare quest’ultimo gruppo internazionale di sedici giovani artisti, quasi tutti nuovi a questo singolarissimo incontro creativo ed umano: Elisa Baregi, Annalisa Betella, Roberta Cardinali, Roberto Caruso, Mattia Colombo, Carmelo Cutuli, Simone De Masi, Alberto Gandolfi, Anna Gramaccia, Giulia Huober, Giovanni Libro, Selena Maestrini, Maddalena Tombaresi, Lucia Stefani, Dasha Vigori Ossova, Simone Zaccagnini. Al di là d’ogni loro specifica potenzialità poetica o d’ogni talento pittorico già dimostrato di cui si dà ampio rilievo nelle note critiche che seguono, ciò che di loro mi ha così favorevolmente impressionato è stato l’autentico spirito di curiorità con il quale hanno saputo portare a compimento questa loro esperienza. Questo loro entusiasmo ed umiltà, questa loro capacità d’ascolto, d’interrogarsi e di sapersi mettere in discussione; e già, in buona parte di loro, quel certo rigore di metodo e quella loro consapevole passione verso il proprio lavoro, i registri espressivi che lo governano come dei loro effetti.
A mano a mano che avevo modo di seguire i loro sforzi e di prender atto dei molti egregi risultati conseguiti, fra noi, diventava fra sempre più motivo di riflessione approfondita il ruolo decisivo che ancor deve compete alla pittura dipinta, nell’opporsi a quella che Paul Virilio, uno dei filosofi più originali ed attenti nel cogliere i nessi fra tecnologie medianiche e potere, individua come la minaccia prossimo ventura più pericolosa di totalitarismo.Com’egli sostiene, infatti, in una società rapidamente avviata verso la globalizzazione, la visione d’ogni osservatore (la personale coscienza del suo sguardo) è sostituita dagli innumerevoli canali video che illuminano il suo abitare. Così, in questa fatale distrazione dal mondo circostante, alienata da una percezione in situ e in visu, anche una millenaria “arte di vedere” diventa, di fatto, la prima vittima di questa radicale trasformazione. Ed anche quell’arte contemporanea che riduce unicamente a mediatici e audiovisivi gli strumenti del proprio linguaggio, ha di fatto cessato d’essere, come sosteneva Paul Klee, non ciò che rende maggiormente visibile, ma ha finito invece per trasformarsi in un’arte dell’accecamento.
La libertà del viandante che ha la forza di fermarsi a guardare
Innegabile, ci appariva, allora, quella sua sconsolata denuncia sull’inconsistenza di questo nostro esistere. Su questa nostra sopraggiunta incapacità di presa sulla realtà: “In un’epoca in cui la nostra visione del mondo è diventata più teleoggettiva che oggettiva, come persistere nell’essere? Come opporre una resistenza efficace alla repentina derealizzazione di un mondo in cui tutto è visto – già visto e immediatamente dimenticato? Come persistere nello spazio reale dell’opera, quando l’accelerazione del tempo reale trascina via tutto al suo passaggio?” ³ Eppure, allo stesso tempo, dinnanzi a tanto pessimismo, avvertivamo la necessità e l’urgenza di non deludere l’incorrotto entusiasmo di questi giovani artisti. Bisognava offrir loro l’ipotesi d’una scommessa. Quella di poter ancora credere in una loro possibilità d’innocenza percettiva. Come se, all’improvviso, scesi dal treno d’ogni suddetto condizionamento, nient’altro restasse dinnanzi a loro, se non il vivo volto di un paesaggio e candore di una tela.
Per rendere ancor più plausibile questa loro esperienza, come già era accaduto negli Esercizi di Figurazione delle precedenti edizioni, occorreva poterci ancorare a qualche lezione illustre. A qualche faro di riferimento che, in qualche modo, ci consentisse di non procedere alla cieca, vale a dire senza attingere a quelle risorse che la grande tradizione pittorica toscana (mugellana per l’occorrenza) ci metteva a disposizione. È passando attraverso di loro che avremmo potuto, in seguito, verificare la giustezza della direzione intrapresa e la validità dei risultati raggiunti. Di volta in volta così, tanto per fare qualche esempio, ci era stato prezioso rimeditare la sacralità del volto dell’uomo nel realismo giottesco, l’annuncio di grazia che in Beato Angelico illumina la nostra natura, la solidità della percezione evocata dalla contemplazione delle cose in Cézanne. E questa volta, essendo noi così attenti e critici rispetto al dominio dell’immagine mediatica, piuttosto che dalla pittura, ovvero da un’arte-materia, quasi provocatoriamente, abbiamo preferito attingere questo nostro exemplum di riferimento da un momento straordinario del nostro cinema degli anni ’60, e dunque da un’arte-luce. Quali migliori viandanti alla scoperta delle sconvolgenti mutazioni del mondo attuale di Totò e Ninetto in Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini? Quale più innocente felicità di visione della loro? Quale più candido sottrarsi alla sopraffazione d’ogni condizionamento ideologico? Padre e figlio vagabondano attraverso un paesaggio surreale, periferico, “borgataro” e campagnolo e, nel loro cammino, alternano l’essere borghesi all’essere proletari, l’essere “padroni” all’essere “servi”, senza sapere quale sarà il loro destino di fronte ad una società in perenne e tumultuoso mutamento.
Qui, là,…laggiù: guardando ai possibili modi d’essere della percezione pittorica.
“Dove state andando?” li inquisisce il Corvo parlante che incrociano sul loro cammino. Nella sua dolce precarietà di uomo libero, portato ad inventarsi la vita d’ogni giorno, Totò non conosce quale sia la sua destinazione. O meglio la sua vera destinazione di vagabondo non può essere che ovunque, coincidendo essa sempre con una nuova scoperta del mondo che lo circonda. Emblematica suona allora la sua risposta: “Qui, là, laggiù …in fondo!”. Ecco, non diversa è stata l’ottica con la quale ognuno di questi sedici giovani artisti s’è posto di fronte alle cose. Libere, infatti, le ha lasciate che si offrissero al suo sguardo. Le ha abbracciate, le ha calate dentro di sé, se le è portate dentro. Ma poi nel distillarne la visione, nell’evocarle passandole attraverso il filtro del proprio vissuto e del proprio discernimento, di certo, non si è reso conto di come non fossero esse, le cose nel darsi al suo sguardo, a stabilir la distanza che da loro lo separava. Era, invece, il suo modo di sentirle. Cosicché questo “Qui, là, …laggiù” non corrispondeva più a delle effettive coordinate fisiche quanto, invece, a delle modalità percettive e strutturali della propria coscienza.
Le creature non sono forse tanto più ricche quanto più riescono a portarsi dentro le emozioni del mondo attraversato. Artista è chi sente l’intima necessità di condividere tale ricchezza. E il suo scopo principale rimane sempre quello di riuscire a portare alla luce ciò che rimane, ciò che non muore perché è stato amato. Ed è proprio così che il quadro diventa il luogo mentale e reale nel quale persiste la modulazione (ut pictura vivente) di quest’amore a noi ignoto e adesso offertoci in dono. Qui, là,…laggiù si affermavano, allora, nel nostro contesto, come categorie affettive e dell’anima. Come un’attitudine rivelatrice della psicologia del profondo nel porci in relazione con la realtà. Del viaggio qui compiuto fra le cose, ecco che allora scaturiva il sentimento più duraturo e le coordinate simboliche del loro attraversamento. Tanto che quando mi sono trovato ad ordinare l’insieme di queste opere per descriverne i risultati, attenendomi unicamente alla fenomenologia con cui veniva espressa la percezione pittorica della distanza, mi sono accorto che tre potevano essere le sezioni nelle quali raggrupparle. Sezioni nelle quali, ad associarle, più che le somiglianze stilistiche, erano piuttosto le analogie affettive ed emotive. Emergeva, innanzi tutto, un cercar di “toccare” la visione frontale degli oggetti, un voler stabilire una continua confidenza con un mondo ancora a portata di mano, per meglio confondersi in esso, o meglio comprenderlo e criticarlo. Appariva, poi, là in ogni strada, la prospettiva d’ogni nostra possibile scelta, ma anche una nostra crudele estraneità da ciò che ci viene incontro. E infine, laggiù dove si esprime l’enigma d’ogni lontananza, si poteva supporre la metà del nostro viaggio, ma anche il diritto di supporre il luogo prediletto dal nostro desiderio d’evasione.
Ecco: toccare, scegliere, sognare! Queste sono le esperienze poetiche che il volto del Mugello, ancora una volta, è riuscito a suggerire a questi sedici giovani artisti, i quali, alla maniera dei vagabondi viandanti pasoliniani, di nuovo, si sono posti l’appassionata domanda d’amore su dove stiamo andando.
Giuseppe Cordoni