Sandro Palmieri
Ombra accesa
CAPPELLINA DI PIAZZA COLONNA - SAN PIERO A SIEVE
La promozione dell’arte e della cultura può essere fatta in modi diversi. Un esempio è dato dall’esperienza iniziata sette anni fa quando l’Amministrazione comunale di San Piero a Sieve, attraverso un accordo voluto dal prof. Bimbi dell’Accademia, dal Sindaco dott.ssa Ballini e dall’allora Assessore alla cultura, dott.ssa Modi, ha messo a disposizione i locali in disuso dell’ex- asilo di Tagliaferro, per fornire a giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti di Firenze uno spazio per la creazione artistica.
I giovani artisti hanno avuto la possibilità di vivere in quell’originale sito (diventato per alcuni mesi la loro casa, il loro studio, la loro accademia, il loro luogo di incontro) e di poter “vivere” lo spazio circostante, conoscendo e frequentando la campagna, i fiumi, i boschi, l’architettura e le persone del Mugello.
Il tutto è diventato fonte di ispirazione per la realizzazione di tante opere, alcune di pregevole fattura. Soprattutto ha dato modo a questi artisti di frequentarsi, di conoscere e di farsi conoscere, di sperimentare e di realizzare, di presentare e dimostrare le loro capacità. Con questo spirito, lo sviluppo di una rete di interventi, promossa dalla Comunità Montana in collaborazione con sei comuni del Mugello e l’Accademia di Belle Arti, è la logica conseguenza di quella prima esperienza.
L’artista Sandro Palmieri fa parte della prima generazione di artisti che si sono calati in questa esperienza sul campo, e che continua ad essere legata al nostro territorio.
Il luogo scelto per la collocazione dell’intervento artistico in San Piero a Sieve è stata la cappellina posta nella piazza centrale del paese, da tempo inutilizzata. L’artista ha voluto reinventarla, inserendo dei grandi pannelli dipinti, rappresentanti l’interno del Convento di S. Domenico a Fiesole, creando una “sovrapposizione” di due spazi religiosi in una nuova sintesi artistica.
L’esperienza di collaborazione con l’Accademia, che si è sviluppata in questi anni, ha soprattutto il valore di dare la possibilità a tanti giovani artisti di esprimersi, di dimostrare la propria capacità artistica, di creare cultura e trasmettere il proprio entusiasmo per l’arte. Il nostro impegno deve essere quello di mantenere vivo ed accrescere il loro entusiasmo, artefice di cultura.
Roberto Stiettini
Assessore alla Cultura del Comune San Piero a Sieve
Sandro Palmieri ha realizzato nel 2006 questo gruppo di quattro grandi dipinti, il cui tema è la chiesa di San Domenico di Fiesole, in occasione del Secentenario del convento.
Si tratta di un’opera che colloca Palmieri in una posizione di rilievo tra i giovani pittori di oggi, e in cui la speranza di aspettativa si realizza in un esito di notevole livello di linguaggio.
Il punto di partenza sono cinque fotomontaggi in bianco e nero, realizzati dal pittore, dai quali poi è nata la messa in scena dei dipinti. Il pittore ha intitolato il ciclo San Domenico di Fiesole: il legame tra i fotomontaggi e i dipinti è stretto, la procedura è quella del paesaggio da rappresentazioni “falsamente vere” del reale a immagini pittoriche che rendono la decantazione delle precedenti quasi per consunzione. Nei dipinti di Palmieri è come se gli elementi del mondo fossero stati colpiti dal fascio distruttivo delle radiazioni atomiche e di loro fossero rimasti solo i fantasmi radiografati. Sono quasi immagini sopravvissute ad una apocalisse, come le ombre fissate a terra degli edifici e dei corpi dopo le catastrofi di Hiroshima e Nagasaki. Ma l’arte, si sa, è finzione, e Palmieri unisce, nella sua pittura, alla desolazione del presente una sorta di incanto poetico della memoria.
Nel fotomontaggio Studio 1 un labirintico cortile che si chiude con un arco di portico toscano rinascimentale sul fondo – guardate con una lente e vedrete sui pennacchi due figure allegoriche cinquecentesche – gli oggetti più disparati, come sedimentati dal tempo, di un mondo finito, si mischiano ai rottami dell’edilizia: una pianta d’agave accanto a un tavolo con panneggio, un libro posatoci sopra, bidoni metallici, mattoni forati, tubi di stufa, elementi di termosifone, borse a sacca, tubi di gomma, scale, qualche colonna tuscanica, cippi sferici, una lanterna, delle corde e qua e la piante selvagge, in una prospettiva scandita dai pali in cemento usati per le vigne. In alto a destra, alla sommità di un albero di ulivo, la targa con la scritta fatidica I.N.R.I., segno-simbolo della Crocifissione. È evidente che questi fotomontaggi conservino nella loro memoria la cultura visiva dell’Occidente, ed è altrettanto evidente che sembrino rimandare nella loro atmosfera onirica alla imagerie del Surrealismo. Ma per chi abbia pratica con i DADA photomontagen la distanza appare ampia: il pensiero di Palmieri non è quello di un isolato conservatore: eppure nei suoi dipinti la figurazione esce distrutta.
Questi assemblaggi fotografici ricordano a volte qualche immagine tipo Le rêve de Leo Malet, 1935, giardini-interni con piante e frammenti di nudi, di Leo Malet, oppure quelle del praghese Karel Teige, più che quelli di Max Ernst o di John Heartfield1.
Ma l’intervento di Palmieri, ripeto, non è quello della citazione della Avanguardie: il suo animo è rivolto ancora alla pittura-pittura, i suoi occhi guardano al Novecento e tuttavia, al di là degli intenti del pittore, queste sue opere non sarebbero state possibili senza aver assimilato nel proprio universo visivo proprio il cataclisma delle Avanguardie: la frantumazione dell’ordine visivo del mondo, la distruzione dell’idea di realtà. Nello Studio 2 l’inquadratura, che di vera inquadratura si tratta, si sposta nell’interno di quella chiesa che il portico di Studio 1 annunciava sullo sfondo. Qui la prospettiva è ancora centrale, come nel primo: la chiesa è aperta, una navata fiancheggiata da un chiostro con bifore, l’altare in fondo con la navata della Vergine, tappeti, tende e un orcio, come una scena aperta da un drappo e una colonna, ed una fune (il consueto simbolo della Passione?).
Nello Studio 3 la “macchina visiva” del pittore si sposta in un interno con una porta ad arco e un lungo corridoio, una fila di colonne, in primo piano il solito tavolo-altare con un leggio e un grande libro messale, ancora una tenda in alto come un sipario.
In queste lunghe prospettive di Palmieri, di porte ed archi che si ripetono, di colonne in fila, viene in mente, più che l’imagerie surrealista, il cinema di Orson Welles, quello di The Lady from Shanghai, nella scena memorabile degli specchi con Rita Hayworth, e ancor più Citizen Kane, in cui il magnate Charles F. Kane, interpretato dallo stesso Welles, raccoglie nella sua reggia-villa, come in un grande mausoleo, una miriade di oggetti, le ricchezze inutili del mondo, potente simbolo del capitalismo moderno, in una società che fa della ricchezza il solo valore permanente. Ma Welles è anche il geniale autore di F for Fake di It’s All True, due allegorie della falsità del vero e della verità del falso. In Studio 4 Palmieri sembra tornare alle origini, a quelle origini vere della cultura figurale italiana che il mondo di oggi sembra aver dimenticato: un cortile-giardino con finestra e tetti di tegola, un muro fatto di sassi, una fontana, una conca seminterrata e un cipresso, qui il tavolo è in primo piano. E dietro le mura della chiesa, con archetti pensili e un campanile. Qualcosa delle origini cristiane, gli elementi in primo piano, si pone in relazione con l’edificio della chiesa cattolica, la chiesa istituzionale, sullo sfondo.
Lo Studio 5 chiude il grande pentattico: qui la chiesa è aperta e chiusa, una finestra profondissima di abbazia romana e la facciata semplice di una cappellina settecentesca, il drappo in primo piano fa da pendant alla veste di pietra, forse il manto di un vescovo a destra; al centro un rosone traforato, l’occhio-orologio di una facciata.
Ancora una volta il pittore sembra procedere ad una sorta di simbolismo onirico, ma nei grandi dipinti in acrilico, quasi monocromi, Palmieri stende l’acrilico sulla carta intelata e graffiando, quasi scavando il foglio, si perde ogni traccia di questo simbolismo a favore di un bianco e nero, plasticamente ridotto all’essenziale. I dettagli dei fotomontaggi si perdono tutti, la pittura lava l’immagine dei suoi orpelli reali, quello che conta è solo la luce e l’ombra, il loro alternarsi in contrasto. Certo il carattere di queste pitture, così “sospeso tra sacro e individualità” (Gianfranco Riccioni) deriva in gran parte dalla loro occasione di committenza: la celebrazione dei seicento anni del Convento di San Domenico a Fiesole, appartenente ad un ordine religioso che ha avuto il Beato Angelico e Fra Bartolomeo come monaci-pittori. Tuttavia sarebbe errato pensare al contesto come generatore della forma: il linguaggio è quello di Palmieri che nasce avanti l’occasione importante di San Domenico e continua dopo, oggi2.
Marco Fagioli
Dal Catalogo “L’ATTESA – Dipinti e disegni
dal 1999 al 2007”
1 Dada Photographie und Photocollage, con scritti di R.Hiede, E.Roters, A. Swhwarz, W.Spies, C.A.Haenlein, Hannover, 1979, n.117, p. 195.
2 600 Anni a San Domenico di Fiesole, a cura di Adriano Bimbi, con scritti di M. Scudieri, V. Caparra, G. Riccioni, G. Bonsanti, B. Santi, Firenze, 2006, p.18.
Bio
Sandro PALMIERI è nato il 18 novembre 1976 a Treia (MC).
Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Firenze alla Scuola del Prof. Adriano Bimbi nel 2000.
Vive a lavora a Firenze
| 1998 | mostra collettiva “Metamorfosi della tradizione” al Centro Polivalente di Cattolica (FO) |
| 1999 | mostra collettiva “Giovane pittura a Gualdo” al Rifugio Gualdo di Sesto Fiorentino (FI) mostra collettiva “Lignum Vitae Pater Noster” a Paganico (GR) |
| 2000 | mostra collettiva “Tre giovani pittori” alla Galleria La Soffitta di Sesto Fiorentino (FI) mostra collettiva “Kunstmesse” a Salzburg |
| 2001 | mostra collettiva “L’uomo in croce” al Convento di Bosco ai Frati a San Piero a Sieve (FI) |
| 2002 | mostra collettiva di Arte moderna e contemporanea “Omaggio alla montagna” al Rifugio Gualdo di Sesto Fiorentino (FI) mostra collettiva “Il Mugello disegnato” al Convento di Bosco ai Frati a San Piero a Sieve, alla Villa di Cafaggiolo di Barberino di Mugello, alla Cappella del Castello del Trebbio a San Piero a Sieve |
| 2003 | mostra collettiva “Il Mugello disegnato” a Palazzo Panciatichi a Firenze mostra collettiva “Il Mugello dipinto” al Convento di Bosco ai Frati a San Piero a Sieve, alla Villa di Cafaggiolo a Barberino di Mugello, alla Cappella del Castello del Trebbio a San Piero a Sieve |
| 2004 | mostra collettiva “Gente e luoghi del Mugello” al Convento di Bosco ai Frati a San Piero a Sieve, alla Villa di Cafaggiolo di Barberino di Mugello, alla Cappella del Castello Del Trebbio a San Piero a Sieve mostra collettiva “Segni di Firenze” al Ristorante Le Lance di Fiesole mostra collettiva “Gente e luoghi del Mugello” a Ca’ La Ghironda a Ponte di Ronca di Zola Predosa (BO.) |
| 2005 | mostra collettiva “Gente e luoghi del Mugello” a Villa Caruso e allo Spedale di Lastra a Signa (FI)
“Specchi Ustori: quattro artisti a confronto” Arena, Cammarano, Dragoni, Palmieri, spazio Arte Le Lance, Fiesole “Abitare il paesaggio” Fondazione Sergio Vacchi, Castello di Grotti, Ville di Corsano, Monteroni d’Arbia (SI), Palazzo del Ridotto ex Pescheria, Cesena. “In the Valley of the Masters”, Pace University, Michael Schimmel Center for the Arts, New York City. |
| 2006 | mostra collettiva “600 anni a San Domenico di Fiesole” Convento di San Domenico a Fiesole e Convento di San Marco a Firenze. |
| 2007 | “Artefice in Mugello” 6 artisti sul territorio. Cappellina di Piazza Colonna San Piero a Sieve.
personale “L’attesa” dipinti e disegni dal 1999 al 2007. Gruppo Gualdo di Sesto Fiorentino |






