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Luca mauceri

Luca Mauceri

Esercizi di paesaggio
CASA DI GIOTTO - VICCHIO

Il Mugello è un luogo di grande suggestione e chi "fa" arte contemporanea non può che rintracciarci occasioni di riflessioni, sollecitazioni empatiche, tracce e percorsi. Così nasce la proposta all'Accademia delle Belle Arti. Ad un giovane artista, è stato chiesto di riflettere sulla relazione tra il territorio naturale e il territorio trasformato dall'uomo e di progettare una sua opera, da collocare, non a caso, in una zona di transizione tra il tessuto urbano del centro storico ed il territorio rurale del parco di Montelleri. L'incontro fra arte, quotidiano e paesaggio è, secondo me, uno degli aspetti più interessanti di Artefice, laboratorio di formazione e di produzione di lavori d'arte.

Il risultato che ne esce, tuttavia rappresenta una realtà ricostruita, virtuale, che contemporaneamente testimonia il presente appena trascorso. Quello che un artista mostra non è mai la realtà in sé; ciò che invece deve essere reale, autentica, è l'emozione nel dare significato alla propria poetica, un'emozione che è un dono offerto al fruitore.

Ritengo che Artefice sia stata un'esperienza positiva, e la presente pubblicazione lo dimostra, con le immagini che propongono il lavoro dei giovani artisti che hanno lavorato e vissuto nel paesaggio unico e suggestivo del Mugello.

I risultati di Artefice raggiungono l'obbiettivo che si è posta la Regione Toscana: quello di coniugare, con la costruzione di "reti" e "laboratori", il fecondo retroterra culturale toscano con la sperimentazione e il confronto dei nuovi modi di esprimersi nella produzione artistica contemporanea.

Concludo con un ringraziamento particolare a tutti coloro che sono stati coinvolti nel progetto, a cominciare dall'artista Luca Mauceri, che ha ideato e progettato l'opera; al prof. Adriano Bimbi, curatore dell'iniziativa, a chi ha collaborato con noi per la buona riuscita del progetto, nell'auspicio che tali iniziative possano ripetersi e consolidarsi nel tempo.

Francesca Landini
Assessore allo Sviluppo delle Conoscenze e dei Saperi del Comune di Vicchio

Per la terza volta in poco tempo mi trovo a scrivere di Luca Maceri, in questo caso il mio intervento sarà circoscritto a una parte esigua della sua opera grafica, l’ultimo frutto del suo lavoro, disegni di piccolo formato. Il problema è capire cosa rappresentano.

L’invito mostra un paesaggio inquadrato da una finestra chiusa. Si vede il particolare della maniglia staccata, il buco vuoto nel legno, la guida della serratura. La scena è verticale, un palo della luce e la linea delle montagne suggeriscono una campagna, ma potrebbe essere un’immagine astratta, un disegno informale. La finestra con il suo realismo pone un limite all’astrazione. Ma quando anche la finestra fosse pura geometria, cosa bisognerebbe anteporre: un uomo? un animale? e quando anche questi fossero inglobati nell’astrazione, finalmente avrei un disegno dichiaratamente astratto. Nel frattempo è rappresentata una lotta tra un’immagine semplice e la tecnica impiegata per realizzarla. Una tecnica difficile e raffinata. Esiste un’età in cui chi ha la fortuna di conoscere persone adulte si sente consigliere di rendere le cose semplici. D’altra parte pesa l’ideale di un’arte mimetica che sfugga al mercato, utile a nutrire ideali esangui, a indicare un nemico, il mercato dell’arte, per difendere una posizione di rifiuto o di privilegio, una posizione indifendibile specie per un giovane artista. In conclusione è una volontà di non esserci che si risolve con una capitolazione, di solito, nei casi più gravi con il suicidio. Mostrare disegni piccoli e complessi è un atto politico prima che artistico, significa che i dissidenti sono confinati in ghetti e che il loro spazio d’azione è sempre più scarso. Per quanto belle siano queste immagini saranno sempre opere difficili, poesie ermetiche. Può essere un merito. Per quello che so il pubblico chiede storie, come ha sempre fatto, non slanci di immaginazione tecnica, che lasciano sul fondo forme semplici e vaghe. Non leggo libri complicati, cerco la chiarezza, il racconto e la suggestione di qualcosa che non possa vivere. Visito la Toscana ogni tanto, è una regione bellissima dove incontro persone care e intelligenti, mi piace il loro modo di essere elegante. Per me come per altri è una regione felice, un’icona. Chiunque la pensa collinosa e disseminata di cipressi, tra gli Appennini e il mare. Ma Luca ha disegnato lande desolate, dove la luce è fredda, potrebbe essere la Patagonia o la Siberia, l’ovunque. Non vuole disegnare l’equazione Toscana-uguale-cipressi, è legittimo. Però preferisco i suoi disegni lineari che descrivono le sue ondulazioni dei campi, a quelli che non poso giudicare, in cui l’immaginazione tecnica ha il sopravvento. Quando c’è un errore di prospettiva, non è detto che l’immagine sia da buttare, anzi una linea storta o troppo netta può essere un accento inatteso. Nei disegni più complessi invece vengo investito da qualcosa che non riesco a definire. Di sicuro un’atmosfera opprimente, il disagio, anche se l’immagine è delicata. Politicamente può essere un buon punto di arrivo, ma per chi scende dall’auto la sera con la prospettiva di una famiglia in rivolta, per chi lavora tanto e a malincuore, il disagio è un lusso.

Luca ha stile e grazia naturale, è un buon poeta ermetico, ma credo che voglia semplificare le cose. Ho visto un suo album di disegni di valli e piccoli campi inclinati, cuciti insieme, spazi aperti disegnati con semplicità, anche se le superfici si piegavano. La linea non permette un’elaborazione particolare, è segno puro e rivela la persona che l’ha disegnata. È una buona idea perdere ogni tanto il proprio vecchio sé e costruire un racconto semplice

Claudio Salvi

Scusa ne approfitto per dirti che non posso assolutamente accettare quello che arrivi a scrivere al rigo 15 in quanto non è così: non posso essere semitrasparente, o ci sono o non ci sono.

Luca Mauceri

Credo che l’immagine ci sia solo in parte e che tu presti, per così dire, il fianco alla figura ma d’altra parte le sfuggi. Non saprei dire quali siano i tuoi artisti di riferimento, cosa che da una parte ti rende unico, dall’altra solitario quindi non del tutto comprensibile. Non ricordo cosa ho scritto al quindicesimo rigo, però hai colto il concetto che mi premeva. Essere o non essere è una questione che nei tuoi lavori non riesco a risolvere. Da una parte l’immagine è comprensibile, quasi abituale. Dall’altra c’è tutto un linguaggio cifrato che fatico a leggere, il linguaggio della luce, credo. Semitrasparenza è la parola che definisce meglio la tua luce. Ho guardato Graphie (catalogo della mostra Graphie, a cura di Susanna Bricchi, 2006), l’albero bianco sotto uno strano arco d’ombra. Ti domando: quell’albero esiste oppure è una proiezione? È pura luce o è un vero albero? Esiste la pura luce? Nei tuoi disegni direi si e no: esiste la forma dell’albero, esiste la luce di cui è fatto, esiste l’ombra tagliata dei suoi rami. Non so decidere. La domanda è cosa vuoi mostrare al di là del soggetto che riesco a comprendere, la casa, l’albero, le valli. Cosa rappresentano i segni scuri, gli strappi e i graffiti sulla carta? Non credo siano elementi decorativi, anche se il contrasto che fanno sui paesaggi semplici potrebbe farmelo pensare. Guardo l’immagine e guardo i segni grafici, l’una esclude gli altri. Mi dico che da quel paesaggio non posso attendermi nulla, per quanto è familiare. Talmente familiare che sembra non esistere affatto. Eppure c’è, meglio, appare ogni tanto come un animale veloce. Ricordi quando abbiamo osservato il mobile bianco colpito dal sole nel tuo studio e la luce faceva l’effetto di un tuo disegno? Il mobile era di passaggio, qualcosa che si era arenata li. La luce era il vero soggetto, quel raggio che attraversava il vetro soffiato. La luce è anche tutte le variazioni d’ombra che in quel momento costruivano il mobile ai nostri occhi. Quella parte però non ti interessava, del mobile forse avresti disegnato l’anta illuminata. Avresti tolto solidità al mobile. Molti dei tuoi paesaggi, soprattutto i più complessi, sono piani e verticali, a partire dal paesaggio sull’invito. Quelli lineari, invece, sono prospettive, la luce non è il loro soggetto. La luce che nei disegni complessi mi sembra un solido trasparente, una gabbia, se vuoi. Non c’è figura in quello spazio, la figura è la parete ultima del solido, come una scenografia teatrale. Capisci il mio problema di stabilire se l’immagine esista o no. C’è un’immagine disegnata, c’è uno spazio davanti all’immagine, il solido semitrasparente. Dentro quello spazio complesso, di luce, mi aspetterei, per un desiderio personale, di vedere apparire qualche cosa.

C.S.

In parte mi sembra che tu abbia “visto” il lavoro in quanto noti una differenza tra i disegni che per comodità si possono chiamare di luce nei quali l’intento è cogliere la luce attraverso dei rapporti (in parte cerco di spiegarti i segni scuri, i graffiti e gli strappi, un semplice mezzo per aggrapparmi a ciò che vedo) e un altro tipo di disegno, anche se più di disegno si dovrebbe parlare di visione, che è quello in cui cerco di rappresentare lo spazio più che i rapporti di luce. Poi non so, io so che la mia volontà è di esserci, non mi sento sconfitto come dici, questo punto mi ha infastidito, non lo ritengo realistico. Comunque mi sembra interessante.

Bello l’interno misterioso (riferimento a un quadro di Edouard Vuillard), forse intendi la sua ambiguità. Per me non vuole essere solo un discorso di ambiguità, ma anche di creazione. A me piacerebbe costringere il pubblico a fare uno sforzo creativo, penso che sia un guadagno.

L.M.

Se i segni, i graffiti e gli strappi fossero un semplice mezzo per aggrapparti a ciò che vedi, perché non li elimini a immagine finita? È evidente che hanno anche un altro valore.

C.S.

Quando ti dico che uso quei metodi per aggrapparmi a ciò che vedo, mi sembra sia così in quanto nonostante l’immagine mi possa apparire chiara inizialmente, subito dopo, nel momento in cui tento di rappresentarla inizia a complicarsi e comincia a sembrarmi piatta; così provo a sbucciarla della propria luce. Per quanto riguarda lo spazio, non sono sicuro, penso che tu abbia ragione, ma ti garantisco che non è da molto che è nata questa volontà di rappresentazione. Probabilmente è inabitabile, una volta ho disegnato una veduta, dove sono apparse delle pecore, che da lontano erano dei volumi chiari e vivi, in quel caso mi sono sentito impotente, ma non ragionavo molto sullo spazio.

Non so che lavoro indicarti, ti mando un disegno, forse è quello a cui facevi riferimento.

L.M.

Bio

Nato a Firenze il 3 gennaio 1981.
Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Firenze presso la scuola del Prof. Bimbi.
Vive e lavora tra Firenze e Pontassieve (Fi).

Un elenco delle principali mostre

2007 Mostre collettive:
“Estasi di Primavera”, a cura di G. Bonanno , Piraino, (Pa).
2006 Mostre personali:
“Graphie”, a cura di S. Buricchi, Nero Arte, Arezzo.
Mostre collettive:
“Naturalità”, a cura di S. Buricchi, Castello dei Conti Guidi, Poppi (Ar); ex Lanificio Tessilnova, Stia (Ar); Sala D’arte Moderna e Contemporanea, Chiesa di S. Ignazio,Arezzo.
“Verso Pasolini” ”, Palazzo Ghibellino ,Empoli.
“Ritmi nel Verde”, Villa Sansoni , Ardenza , Livorno
2005 Mostre collettive:
“Un Omaggio a Dino Campana”, Palazzo Ghibellino ,Empoli.
“HUMUS”, Cella d’Arte, Borgo a Buggiano,(PT).
“Abitare il Paesaggio”, a cura di Nicola Miceli, Castello di Grotti, Fondazione Sergio Vacchi,Ville di Corsano (Si). Gallerie Comunali d’Arte, Palazzo del Ridotto ed ex Pescheria, Cesena.
“Per le vie del Mugello”, Convento di Bosco ai Frati, Villa di Cafaggiolo , Cappella del Castello del Trebbio, S.Piero a Sieve , Barberino di Mugello (Fi).
“Premio Lissone 2005”, Museo d’arte Contemporanea, Lissone (Mi).
“In the Valley of the Masters”
, inspiration from Tuscany’s Mugello”, Pace University, Michael Schimmel Center for the arts, New York City.
2004 Mostre Collettive:
“Gente e Luoghi del Mugello”, studi di figurazione” Convento di Bosco ai Frati, Villa di Cafaggiolo , Cappella del Castello del Trebbio, S.Piero a Sieve , Barberino di Mugello (fi).
Fondazione per l’Arte Contemporanea, Ca’ la Ghironda, Zola Predosa (BO).
Corso di perfezionamento per l’Arte Sacra, fondazione Stauros, S.Gabriele, (Te).
“Giovani Artisti Di-Segnano il Sacro”, a cura di Carlo Chenis, fondazione Stauros, S.Gabriele, (Te).
2003 Mostre Collettive:
“il Mugello disegnato” , Palazzo Panciatichi, Firenze.
“il Mugello Dipinto”, Convento di Bosco ai Frati, Villa di Cafaggiolo , Cappella del Castello del Trebbio, S.Piero a Sieve , Barberino di Mugello (fi). Fondazione per l’Arte Contemporanea, Ca’ la Ghironda, Zola Predosa (BO).
“Interni Vuoti”, spazio mare , Ex Meccanotessile ,Firenze.