Caruso nel suo studio
Roberto Caruso
Contemplata aliis tradere
PALAZZO COMUNALE - VAGLIA
In questa valle del Mugello, antica per storia e tradizioni, ma ansiosa di moderne aperture sul mondo, si va realizzando un progetto di grande vitalità e di molteplici prospettive: un gruppo di giovani artisti, prima solo italiani e poi anche stranieri, è stato guidato alla scoperta di questo territorio e invitato a viverlo e rappresentarlo. Questa relazione, inusuale per aree in qualche misura periferiche rispetto alle dinamiche artistiche attuali, può certo dare forte impulso alla ulteriore valorizzazione di un contesto ricco di potenzialità, ma ancora non abbastanza conosciuto, né forse connotato. Ma non meno preziosa di questa apertura all’esterno potrebbe rivelarsi l’occasione per le nostre comunità di confrontarsi con un’immagine non scontata, non consunta di questi luoghi, indagati da sguardi “nuovi”, in qualche misura estranei, seppur partecipi.
Un’opportunità quindi per riflettere sul nostro rapporto con questo ambiente magnifico, di cui certamente riconosciamo il valore, ma che spesso finiamo solo per attraversare, diretti altrove. Inserendoci oggi in questo progetto avremmo potuto certo focalizzare l’attenzione su uno dei tanti luoghi suggestivi nel nostro Comune meritevoli di rivalutazione o riscoperta. Ci è sembrato invece più urgente sottolineare la centralità della comunità che abita queste terre, che le conosce, le vive, le usa in un patto solidale che si deve trasmettere fra le generazioni.
La scelta di rappresentare il nostro territorio attraverso i ritratti dei nostri concittadini più anziani vuole essere dunque non solo un omaggio affettuoso alla loro lunga esperienza, ma anche un invito per tutta la comunità a riappropriarsi di questi luoghi, a viverli e ad amarli, traendo da queste radici la capacità di crescere, di innovare, di elaborare una rinnovata cultura.
Un caldo ringraziamento al professor Bimbi, che con sensibilità e determinazione ha guidato questo progetto, e al giovane artista Roberto Caruso, capace di trasmettere la luce degli sguardi e dei sorrisi. Ma soprattutto grazie a quanti hanno voluto regalarci un bagliore del coraggio e della pazienza con cui hanno attraversato le loro vite in questi luoghi.
Donatella Golini
Assessore alla Cultura del Comune di Vaglia
DIETRO OGNI VOLTO
DELLA TERZA ETÀ
Gli anziani di Vaglia
ritratti da Roberto Caruso
“La vecchiaia
(è questo il nome che gli altri gli danno)
Può essere per noi il tempo più felice.
È morto l’animale o quasi morto.
Restano l’uomo e l’anima”.
Jorge Luis Borges, Elogio dell’ombra Di solito è sulle cose che siamo portati a cercar di rinvenire le tracce del nostro passato. Le rovine più remote, i monumenti, i libri e le opere d’arte, gli atti che suggellarono ogni scambio o relazione possibile ne costituiscono le fonti privilegiate. Quasi del tutto trascuriamo, invece, quel legame più diretto e profondo col passato di cui gli anziani rimangano testimoni, purtroppo inascoltati. In verità, niente v’è di più prezioso di quell’intima storia personale che ognuno elabora dentro di sé. Nei vecchi è la perla ormai quasi portata a compimento. Quella che volentieri strapperebbero dal loro cuore per farcene dono. Così malata com’è d’assurdo giovanilismo, la vita urbana sempre più ne emargina la presenza, segregandoli, ignorandoli, trascurandone l’intima ricchezza. Eppure, in fondo, sono proprio loro, gli anziani, gli unici a potersi considerare veramente vincenti rispetto alle insidie del tempo attraversato. In una civiltà come quella toscana, massimamente in quella contadina, questa loro riserva d’esperienza e saggezza è stata un perno di riferimento per intere generazioni. E forse vi sono paesi i quali, non ancora del tutto omologati in un vuoto presente senza storia, ancora avvertono l’esigenza di guardare agli anziani come a dei testimoni più preziosi del loro passato vivente. Questa mostra promossa con entusiasmo dal mugellano comune di Vaglia, senz’ombra di dubbio, ne costituisce una riprova significativa. Quale disegno tematico più originale di quello perseguito da questa mostra?! Un artista come Roberto Caruso, seppure ancor giovanissimo quanto invece abile e già maturo ritrattista, si è cimentato in un incredibile tour de force pittorico, proponendosi di dare spazio, attenzione e visibilità ai “volti veri” degli anziani d’una comunità intera. Sono, infatti, ben oltre cinquanta le splendide icone del tempo vissuto che, in gran parte a grafite su carta ma anche ad olio su tela, ha qui realizzato dando vita a questa irripetibile galleria di ritratti che un paese possa vantare. Democratica espressione d’una beltà pittorica che dà luce e lustro a quanto v’è di più umano nella coscienza stessa d’un paese.
Oggi, ad aver diritto d’immagine, sono soltanto coloro che entrano di prepotenza nella cassa di risonanza dei media. Con questi loro improbabili visi edulcorati di fenomeni vincenti. Come già ho avuto modo di scrivere per una delle annuali proposte pittoriche della mugellana Scuola di Bilancino & Tagliaferro, la strada intrapresa da Roberto Caruso nel ritrarre è davvero di segno opposto, riservando proprio a chi adesso risulta mediaticamente più escluso tutta la sua attenzione appassionata. Del resto, come con sublime profondità ci ha dimostrato Blaise Pascal, soltanto “chi ama più acutamente, vede fino alle minime cose; il che non possono fare gli altri”. Così il giovane pittore ha traversato le vie del vecchio borgo, cercando di snidarvi proprio quei volti d’anziani che nella loro appartata segretezza, di certo, non amavano mettersi in posa. Vincendo quel loro iniziale riserbo, come tornati bambini, quasi li ha presi per mano, senza remore ormai lasciandosi andare al suo sguardo. Finché non è riuscito ad intuirne gli umori e le emozioni più segrete. Nella sua etimologia il termine stesso di ritrarre non mantiene forse anche il senso del ritrarsi, ovvero del tirarsi indietro, dell’accogliere, del lasciare che l’altro invada lo sguardo del pittore in tutta la sua umana evidenza? Anche la prima modalità perseguita da Roberto Caruso dinnanzi ai suoi soggetti scaturisce senz’altro da un’accesa attitudine contemplativa, se è vero che solo chi ama sempre riesce a vedere più acutamente. Né in lui fa difetto quel basilare precetto leonardesco, secondo il quale: “Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare ciò che la figura ha nell’animo; altrimenti la tua arte non sarà laudabile”. Ora direi che nei ritratti di Roberto Caruso ciò che questi personaggi “hanno in animo” e che più prontamente ci rivelano, è soprattutto il come questa sazietà di giorni vissuti traspare sui loro volti. E, infatti, ancor più efficacemente degli esiti in colore, sono questi ventisette graffiti su carta a dar vita ad un’eccezionale galleria di umane tipologie, sintesi d’un vigoroso realismo che qui diremmo quasi balzachiano, in ognuna delle quali si condensa e riassume il significato d’un modo d’essere e di un’intera esistenza. È, infatti, sempre per via di segno che il giovane artista riesce a trascrivere in modo così netto e palpitante, a leggere e comprendere i tratti decisivi di questa loro ormai irreversibile identità. Nelle forme di vita vegetale o animale, il tempo, del suo passaggio, non lascia visibili tracce. Ogni albero accumula soltanto in una segreta sezione del fusto i cerchi che raccontano le stagioni attraversate. Niente registra fuori di sé. In foglie, fiori, frutti persegue finché lo può la sua ciclica diatesi a rinnovarsi, a riprodursi, ad offrirsi come estremo dono di sé alla terra che lo ha nutrito. La vecchiaia, sul muso di un gatto, non assume che quell’espressione di pena che denuncia il progressivo estenuarsi della sua vitalità. Soltanto ogni volto umano, a poco a poco, porta compimento la sua definitiva verità. Quella da cui traspare l’immagine più vera ed immediata di ciò che, quasi a nostra insaputa, noi diventiamo vivendo. Quella che non soltanto si è fatta specchio rivelatore d’una specifica psicologia o d’un carattere. Ma, ancor meglio, quella che ci consente di cogliere il senso perseguito da un’intera esistenza nel suo farsi. Ciò che forma l’anima nel suo profondo, ciò che ne plasma o degrada la coscienza, (emozioni e ricordi, l’amore donato o smarrito, ogni pena accettata o rifiutata, i vizi o le virtù sperimentate, il nostro farci schiavi d’abitudini o la grazia che squassa e che rinnova). Con forza, allora, Roberto Caruso, ad uno ad uno, ci proietta in avanti queste loro figure, dilatando l’ovale dei loro volti, sino a invadere l’intera tela, esasperandone un poco i connotati in una sintesi vigorosa di segno e chiaroscuro, sino a carpirne la dominante espressiva.
Quante volte Renato Santini, uno degli ultimi ritrattisti toscani più originali, mi parlava d’una sua estrema difficoltà a ritrarre bambini: “Sulla pelle liscia d’un bambino la luce danza sfuggente. Essa resta invischiata soltanto sul volto di chi ha vissuto. Ogni ruga è solco inciso dalla voce dei giorni fuggiti… Vedi, come per il pittore tutte queste linee che ricamano la faccia d’ogni persona ormai avanzata negli anni, diventino l’unica via d’accesso alla comprensione del suo vissuto. Affiorano e s’intrecciano come la mappa vivente di ciò che è stata e che si porta dentro come un tesoro affondato. Per che cosa credi che lei si diverta ad incanutirci? Soltanto per dar forza e chiarezza a questa silenziosa scrittura sulla pelle. Per facilitarci la lettura di questi grafemi nei quali è rimasta impigliata la verità dell’umano d’ogni singola storia irripetibile” (G. Cordoni, Renato Santini, La vita dipinta, 1993). Ora ci sembra che una profonda analogia intercorra fra questi esiti così efficaci raggiunti da Roberto Caruso è l’attualissima e santiniana poetica del ritratto. Anch’egli con forza e grande nitore ci proietta dinnanzi queste sue sindoni che, spoglie ormai di colore, ci appaiono come sospese.
Per quanto i giovani caparbiamente credono o s’illudono di traversare la vita, quanto invece i vecchi sentono d’esserne mestamente attraversati. Deciso, qui, il pittore ne afferra il passaggio. Dilatando l’ovale dei loro volti, sino ad invadere l’intero spazio della tela, esasperandone i connotati, in una sintesi vigorosa di segno e chiaroscuro, sino a carpirne la dominante espressiva. E a strutturarne il dinamismo sempre interviene l’apertura, l’angolazione, l’incidenza d’una grande “X” che deriva dalla curva degli occhi dal naso o dalle due rughe profonde che precipitano sulla bocca.
Sempre dall’assenza o presenza d’uno sguardo e dal segno o dalla mobilità d’una bocca si legge nitidissimo quel sentimento che più ha deciso della loro vita: equilibrio raggiunto, mitezza, calma, placida ironia, attesa, meraviglia, tenerezza, perplessità, timore, angoscia, assenza, bontà senza riserve, cattiveria… Finché il giovane pittore non si congeda da loro con questo viatico affettuoso, suggeritoci ancora una volta dal grande Borges: “Posso infine scordare. Giungo al centro, / alla mia chiave, all’algebra, / al mio specchio. / Presto saprò chi sono”.
Giuseppe Cordoni
Bio
Roberto Caruso è nato a Lanciano (CH) il 19/02/1982.
Attualmente vive e lavora a Firenze dove frequenta l’Accademia di Belle Arti presso la scuola di pittura del prof. Adriano Bimbi.
| 2004 | collettiva “Gente e Luoghi del Mugello” convento di Bosco ai Frati S. Piero a Sieve, villa Cafaggiolo Barberino del Mugello, cappellina del Trebbio |
| 2006 | collettiva “Amarcord. Omaggio a Federico Fellini materiali per le Tende al mare IX edizione” Galleria Comunale d’Arte Leonardo da Vinci, Cesenatico (FO) |
| collettiva “Amarcord. Omaggio a Federico Fellini Tende al mare IX edizione” spiaggia libera di Piazza Andrea Costa, Cesenatico (FO) | |
| collettiva “600 anni a San Domenico di Fiesole”, chiostro di San Domenico, Museo di San Marco, Firenze. |








